Alzheimer e alimentazione: e se il problema fosse quello che mangi?

Alzheimer e alimentazione: e se il problema fosse quello che mangi?

Non riconoscere più tuo figlio. Guardare tua moglie come un'estranea. Uscire di casa e non ritrovare la strada del ritorno. Questo è l'Alzheimer. E la cosa che nessuno ha il coraggio di dirti chiaramente è questa: dopo decenni di ricerca e miliardi investiti, un farmaco che funzioni davvero non esiste.

Lo ammettono le stesse case farmaceutiche. Non io: loro.

Allora la domanda è semplice, e te la faccio senza giri di parole: se la strada ufficiale ha fallito, perché nessuno prova seriamente a lavorare sull'alimentazione? In questo articolo ti mostro cosa dicono gli studi, quelli veri, quelli che nessuno legge. Mettiti comodo, perché alla fine non guarderai più il tuo piatto di pasta allo stesso modo.

La malattia più crudele che esista

Di malattie terribili ce ne sono tante. Ma io considero l'Alzheimer, insieme alla SLA, tra le peggiori in assoluto.

Con la SLA il cervello resta perfettamente lucido mentre il corpo ti abbandona: i muscoli smettono di rispondere e alla fine parli solo con gli occhi. L'Alzheimer fa l'esatto contrario. Il corpo magari regge, ma perdi te stesso: i ricordi, l'identità, i volti delle persone che ami.

Ed è una tragedia doppia. Per chi si ammala, certo. Ma anche, e forse soprattutto, per chi gli sta accanto ogni giorno. E c'è un'aggravante: non esiste una cura.

Anni fa qualcuno ha dichiarato che l'Alzheimer si può "risolvere in sei mesi". Non sarò io a fare promesse del genere, perché non è così: dipende dal caso, da quando lo intercetti, da cosa fai. Però una cosa la dico: esiste una montagna di studi, soprattutto sull'alimentazione, che non vengono mai applicati. Ed è di questi che voglio parlarti.

I numeri che dovrebbero farti saltare sulla sedia

57 milioni di persone nel mondo convivono con una demenza, e il 60-70% dei casi è attribuito all'Alzheimer.

10 milioni di nuovi casi di demenza ogni anno.

600.000 malati di Alzheimer solo in Italia, a cui vanno aggiunti familiari e caregiver: milioni di persone coinvolte.

La demenza è la settima causa di morte al mondo.

Negli USA un anziano su 9 sopra i 65 anni ha l'Alzheimer, e i decessi registrati sono cresciuti di oltre il 130% negli ultimi due decenni e mezzo.

Entro il 2050 si stimano oltre 150 milioni di persone con demenza.

Centocinquanta milioni. Rileggilo.

E adesso il dato che cambia tutto: secondo la Lancet Commission sulla demenza, fino al 45% del rischio è attribuibile a fattori modificabili. Tradotto: in quasi un caso su due qualcosa si può fare prima. E se lo dicono perfino le istituzioni ufficiali, che di solito non brillano per ottimismo, forse vale la pena ascoltare.

Che cos'è, davvero, il morbo di Alzheimer

È una forma di demenza che distrugge progressivamente la memoria, il pensiero e il comportamento. Inizia con segnali piccoli e ancora gestibili, poi degenera, fino a impedire le normali attività quotidiane e i rapporti con le persone che conoscevi da una vita.

I sintomi compaiono in genere in età avanzata, anche se esistono rari casi a esordio precoce. Nel cervello dei malati si trovano due segni caratteristici: le placche di beta-amiloide e i grovigli neurofibrillari formati da una proteina chiamata tau, alterata.

Ma è nato prima l'uovo o la gallina? Queste proteine causano la malattia o ne sono una conseguenza? La ricerca se lo chiede da anni. Ai posteri l'ardua sentenza.

Il cimitero dei farmaci: Big Pharma ha alzato bandiera bianca

Ci hanno provato tutti. E quando dico tutti, intendo i colossi.

Merck ci ha provato e ha fallito. Lo ha comunicato Merck stessa, non lo diciamo noi. Pfizer nel 2018 ha chiuso la sua ricerca sulle neuroscienze, Alzheimer compreso. Eli Lilly, AstraZeneca, Roche e altri hanno collezionato una lunga serie di studi interrotti: o i farmaci non funzionavano, o gli effetti collaterali erano tali da doverli abbandonare.

Oggi ci sono due farmaci approvati, il lecanemab e il donanemab. Risultato? Un rallentamento del declino intorno al 27% nel caso del lecanemab. Non è niente, per carità. Ma con effetti collaterali seri come edema e microemorragie cerebrali, e in molte persone semplicemente non funzionano.

Diciamola tutta: i farmaci per l'Alzheimer sono pochissimi, funzionano poco e funzionano male.

Questo porta a due riflessioni.

Primo. In altre malattie i farmaci hanno funzionato. Uno per tutti: la metformina nel diabete. Nell'Alzheimer, dopo decenni, niente. Hanno provato di tutto, ottenendo nel migliore dei casi molecole inutili, nel peggiore molecole inutili e dannose.

Secondo. Almeno sull'Alzheimer è arrivato il momento di scardinare il dogma secondo cui "bisogna seguire solo le linee guida ufficiali". Qui le linee guida, di fatto, non hanno niente in mano. E attenzione: nessuno sta dicendo di sospendere i farmaci. Il protocollo di cui ti parlo si affianca alla terapia del medico, non la sostituisce. Non sto parlando di fiori di Bach e curcuma.

Lo dico agli adoratori della scienza a prescindere: qui non sono io a dire che la strada farmacologica ha fallito. Lo dicono Merck, Pfizer, Lilly e AstraZeneca. Se le stesse aziende che dovrebbero vendere il farmaco ammettono che il farmaco non funziona, puoi stare certo che non funziona. Quindi la domanda è legittima: perché non provare con l'alimentazione?

Il peccato originale della medicina ufficiale

Il peccato originale ha un nome: la nutrizione è la grande assente nella formazione medica. Se ne è accorto perfino Robert F. Kennedy Jr., che negli Stati Uniti ha spinto per introdurre più corsi di alimentazione nelle scuole di medicina.

La mia posizione la conosci: sono convinto che la stragrande maggioranza delle malattie croniche moderne, io dico il 95%, abbia a che fare con quello che mangiamo. Eppure in sei anni di facoltà di medicina c'è un solo esame legato all'alimentazione.

"Allora ti senti più bravo di un medico?" No. Riporto un dato oggettivo. Un esame in sei anni. Decidi tu se basta per avere una preparazione seria sulla nutrizione.

Io baso tutto quello che dico sugli studi scientifici. Il piccolo problema è che questi studi, di solito, non li legge nessuno. Io li leggo: una capacità straordinaria, vero? Scherzo, ovviamente. Ma chi dovrebbe studiarli spesso non lo fa. Perché? Non lo so. Ognuno tragga le sue conclusioni.

Anni fa ho tenuto una lezione proprio su questo tema a un gruppo di neurologi di una grande clinica milanese. Risultato? Indifferenza totale. "La migliore dieta è la mediterranea", e fine della discussione. Ecco perché parlo così diretto: perché l'ho visto con i miei occhi.

L'Alzheimer è il prezzo della nostra intelligenza

Chi mi segue sa che il mio lavoro parte sempre dall'evoluzione umana. Ed è proprio da lì che arriva una delle chiavi più interessanti.

Uno studio del 2015, pubblicato su una rivista del gruppo Nature, ha collegato l'Alzheimer all'ascesa dell'intelligenza umana. Tra 50.000 e 200.000 anni fa la selezione naturale ha modificato sei geni coinvolti nello sviluppo del cervello, aumentando la connettività tra i neuroni e rendendo Homo sapiens più intelligente dei suoi antenati.

Il paradosso? Quegli stessi geni sono implicati nell'Alzheimer. I geni che ci hanno resi intelligenti sono collegati alla malattia che l'intelligenza te la porta via.

ApoE4: il gene che carica la pistola

Esiste un gene, l'ApoE, che si presenta in tre varianti principali. Una di queste, l'ApoE4, aumenta il rischio di Alzheimer fino a 12 volte rispetto a chi non la possiede.

ApoE4 da un solo genitore: rischio di Alzheimer intorno al 30%.

ApoE4 da entrambi i genitori: rischio oltre il 50%. Hai più probabilità di ammalarti che di non ammalarti.

ApoE3 (il 78% della popolazione): rischio intorno al 9%.

ApoE2 (l'8% della popolazione): variante neuroprotettiva, riduce il rischio di quasi il 50%.

Solo il 14% delle persone porta l'ApoE4. Ma tra chi sviluppa l'Alzheimer tardivo, che rappresenta il 95% dei casi, la percentuale sale al 37%.

"Quindi, Claudio, se ho l'ApoE4 sono spacciato?" No. Ed è esattamente il punto di tutto questo articolo.

La genetica non la cambi, d'accordo. Ma la genetica è la pistola carica. Il grilletto lo preme l'alimentazione. Puoi partire con un gene sfavorevole, ma è il cibo sbagliato a farlo esprimere. Ecco perché lavorare sul piatto ha senso.

La prova africana: stessi geni, destino diverso

Vuoi la dimostrazione che il gene da solo non decide niente? Guarda in Africa. Dal 1992 i ricercatori dell'Indiana University e dell'Università di Ibadan, in Nigeria, confrontano con lo stesso identico metodo due popolazioni con la stessa origine genetica: gli anziani afroamericani di Indianapolis e gli anziani Yoruba di Ibadan.

Ibadan, Nigeria: demenza al 2,29%, Alzheimer all'1,41%.

Indianapolis, USA: demenza al 4,82% e Alzheimer al 3,69% nella comunità, che salgono all'8,24% e al 6,24% contando le case di riposo.

Tradotto: tra gli Yoruba in Nigeria l'Alzheimer era da 2,5 a 4 volte più raro, e anche i nuovi casi negli anni successivi sono risultati significativamente più bassi.

E il gene? Qui arriva la bomba. La frequenza dell'ApoE4 era praticamente identica nei due gruppi. Ma mentre negli afroamericani di Indianapolis era un fattore di rischio importante, tra gli Yoruba di Ibadan inizialmente non è emersa alcuna associazione. Con un follow-up più lungo l'effetto è comparso, ma molto più debole. Gli stessi autori ammettono che le ragioni restano poco chiare.

Io una mia idea ce l'ho. Stessi geni, ambiente e piatto completamente diversi. La pistola era carica in entrambi i casi. Il grilletto, in Nigeria, veniva premuto molto meno.

Perché i nostri antenati avevano l'ApoE4 ma non l'Alzheimer

Sei o sette milioni di anni fa i nostri antenati scesero dagli alberi e iniziarono a camminare eretti nella savana africana. Ed erano tutti portatori di ApoE4. Le varianti ApoE3 e ApoE2 sono arrivate molto dopo: la prima intorno a 220.000 anni fa, la seconda circa 80.000 anni fa.

Perché l'ApoE4? Perché garantiva una risposta infiammatoria potentissima, e in quel contesto era un vantaggio: si camminava scalzi ferendosi i piedi, si mangiava carne piena di patogeni, ci si feriva a caccia e in battaglia. Un sistema immunitario aggressivo ti salvava dalla setticemia.

La biologia chiama questo fenomeno pleiotropia antagonista: una caratteristica genetica che protegge la salute nella prima parte della vita, ma la paga in longevità. Da giovane ti salva, da vecchio la stessa infiammazione diventa l'origine di molte patologie.

Eppure i nostri antenati non sviluppavano l'Alzheimer. Perché vivevano in armonia con l'ambiente: erano attivi, consumavano pochi carboidrati, niente cibo industriale, niente tossine, niente metalli pesanti. Il gene c'era, il grilletto no.

Basta con la storia del "morivano a 30 anni"

È la domanda che mi fanno da quando faccio questo lavoro. I 30 anni sono una media, abbassata dalla mortalità infantile e da una vita brutale: cadevi da un albero, finivi in una palude, prendevi una bastonata in testa, morivi di un'infezione. Chi superava l'infanzia viveva molto più a lungo: i cacciatori-raccoglitori di oggi, che vivono come allora, arrivano mediamente intorno ai 70 anni, esattamente come noi. Questa battuta serve solo a una cosa: ridicolizzare la storia evolutiva per continuare a mangiare quello che ti pare.

Il quadro cambia circa 12.000 anni fa con l'agricoltura: pane, pasta, cereali entrano nella dieta di una specie programmata per milioni di anni su un'alimentazione povera di carboidrati. E il nostro corredo genetico, ancora largamente costruito sull'ApoE4, si trova improvvisamente davanti a un ambiente per cui non era pronto. L'Alzheimer esplode soprattutto dal Novecento in poi, quando la vita media si allunga abbastanza da farlo emergere su larga scala.

I 36 buchi del tetto: il protocollo Bredesen

C'è un neurologo che, secondo me, in tanti anni ha capito davvero qualcosa sull'Alzheimer: Dale Bredesen.

La sua intuizione è semplice e devastante. Perché un farmaco non funziona? Perché nemmeno due farmaci funzionano? Perché l'Alzheimer non ha una causa, ne ha decine. Bredesen parla di 36 "buchi" nel tetto: se ne tappi uno, due, tre e lasci aperti gli altri, la pioggia continua a entrare. Un farmaco tappa al massimo un buco. Ecco spiegato il fallimento.

Tra i fattori su cui lavorare:

Sensibilità insulinica. Troppi carboidrati e il pancreas non riesce più a far entrare il glucosio nelle cellule. L'insulino-resistenza è l'anticamera del diabete, e c'è chi definisce l'Alzheimer "diabete di tipo 3".

Sensibilità alla leptina, l'ormone che regola la fame, anch'esso sregolato dall'alimentazione sbagliata.

Mitocondri. Le nostre centrali energetiche producono ATP: metalli pesanti, glicemia alta e cibo spazzatura ne riducono la potenza.

Vitamina D, che Bredesen considera fondamentale.

Telomeri, le estremità dei cromosomi: più sono corti, più la vita è breve e malata. Omega 3, vitamina D e vitamine del gruppo B entrano in gioco anche qui.

Infiammazione cronica da abbassare, e glutatione, il più potente antiossidante del corpo, da sostenere.

Ormoni: testosterone (che cala dopo i 50 anni), cortisolo da tenere sotto controllo, DHEA.

Detossificazione da metalli pesanti come alluminio, mercurio e piombo, e da biotossine come muffe e funghi.

Omocisteina, secondo me più importante del colesterolo. Il laboratorio ti scrive "fino a 15", ma gli studi indicano che sotto 8 sei tranquillo. C'è gente che viaggia a 30, 40, 60.

Vascolarizzazione: pesi e un po' di attività aerobica almeno tre volte a settimana.

Lo vedi anche tu: una buona metà di questi fattori passa dal piatto e dai nutrienti.

E i risultati? Uno studio del 2024 ha confermato i miglioramenti del protocollo Bredesen. Un lavoro ancora più recente, attualmente in preprint (cioè non ancora sottoposto a revisione paritaria, quindi da prendere con beneficio d'inventario), riporta benefici su memoria, funzioni esecutive e velocità di elaborazione che durano oltre dieci anni, con valutazioni favorevoli anche da parte di pazienti e familiari.

Ora ti faccio una domanda. Quanti protocolli Bredesen hai visto applicare ai tuoi cari malati di Alzheimer? Scommetto di indovinare la risposta: zero.

Carboidrati sul banco degli imputati, grassi e proteine assolti

Le cause principali che alimentano il processo sono tre: l'infiammazione (da infezioni e cattiva alimentazione), la carenza di nutrienti e ormoni che sostengono il cervello, e le sostanze tossiche come metalli pesanti e biotossine.

E adesso arriva la parte che ti farà arrabbiare.

Uno studio della Mayo Clinic ha osservato che una dieta più ricca di grassi era associata a una riduzione del 42% del rischio di sviluppare demenza. Un consumo elevato di proteine, a una riduzione del 21%. Logico, se pensi che il cervello è uno degli organi più ricchi di colesterolo del corpo.

E cosa ti ripetono ogni giorno? Poca carne, pochi grassi. Cioè esattamente il contrario.

Non basta. Uno studio pubblicato sull'American Journal of Clinical Nutrition ha associato una dieta ad alto indice glicemico a un maggiore accumulo di beta-amiloide nel cervello: la dieta è quindi un fattore modificabile nell'accumulo di amiloide e nel rischio di Alzheimer.

Ora fai due più due. Le linee guida della "dieta migliore del mondo", la mediterranea patrimonio UNESCO, raccomandano il 55-60% delle calorie da carboidrati. E intanto l'Alzheimer cresce ovunque, Italia compresa.

Andiamo al sodo: tanti carboidrati sono un fattore predisponente all'Alzheimer. Grassi e proteine sono fattori protettivi. Te l'hanno mai detto? No, eh?

Dieta chetogenica e digiuno intermittente: lo studio del 2026

Uno studio recentissimo ha seguito per sei mesi 60 pazienti con Alzheimer lieve o moderato. Un gruppo ha ricevuto solo le cure standard, l'altro ha aggiunto dieta chetogenica e digiuno intermittente.

Nel gruppo di intervento il punteggio medio al test cognitivo MMSE è salito di 0,9 punti. Nel gruppo di controllo è sceso di 1,5 punti. Una differenza di 2,4 punti in sei mesi, con il 93% dei partecipanti che è rimasto cognitivamente stabile.

In una malattia che per definizione peggiora, restare stabili è già una vittoria.

Cibi ultraprocessati: +58% di rischio demenza

Un altro studio del 2026 ha confrontato chi consuma più cibi ultraprocessati con chi ne consuma meno: nel primo gruppo il rischio di demenza è risultato superiore del 58%.

Di cosa parliamo? Prodotti industriali a base di cereali, latticini lavorati, oli raffinati, carni e pesce lavorati, snack, dolci, dolcificanti, bibite zuccherate, liquori, salse e piatti pronti. In pratica, quello che mangia l'80-90% delle persone. Ed è spesso proprio quello che finisce nel piatto degli anziani.

Il collegamento che nessuno fa: Alzheimer e intestino

Secondo diversi studi l'Alzheimer è collegato alla leaky gut, la permeabilità intestinale. E questo lo avvicinerebbe, per molti aspetti, alle malattie su base autoimmune.

Funziona così: l'intestino sano ha una barriera con giunzioni strette. Quando la barriera si "allarga", entra di tutto. Il sistema immunitario va in allerta e, nei soggetti predisposti, finisce per attaccare anche i tessuti dell'organismo.

Guarda cosa dicono le ricerche:

2015: nei pazienti con Alzheimer è stata trovata una calprotectina fecale, un marcatore di infiammazione intestinale, molto elevata.

2023: chi ha l'Alzheimer lieve o moderato ha livelli più alti di zonulina plasmatica, la proteina che "apre" le giunzioni intestinali. Più zonulina significava anche peggiore equilibrio, minore forza nella mano e camminata più lenta, con alterazioni più marcate nelle forme moderate.

2025, studio italiano: circa 40 pazienti con Alzheimer lieve hanno ricevuto il probiotico Escherichia coli Nissle 1917 oppure un placebo. Nel gruppo trattato: zonulina -35%, LPS -15% (una componente batterica che scatena infiammazione), riduzione del TNF-alfa e soprattutto un miglioramento del test cognitivo MMSE.

2024: su 79 persone con Alzheimer, la proteina LBP, indicatore delle endotossine batteriche in circolo, era più alta nei pazienti con genotipo ApoE3/ApoE3, e valori maggiori si associavano a una malattia più grave e a una memoria verbale peggiore. Un asse intestino-infiammazione-cervello che cambia anche in base al gene ApoE.

Ricapitolando: se dall'intestino passa il cibo, e se l'intestino è così centrale, allora quello che mangi decide se la barriera resta chiusa o si apre. Pensi che se ne parli nel protocollo ufficiale? Manco per sogno.

La permeabilità intestinale non riguarda solo l'Alzheimer: è collegata ad allergie, asma, celiachia, diabete di tipo 1, emicrania, tiroidite di Hashimoto, sclerosi multipla, psoriasi, rosacea, artrite reumatoide, rettocolite ulcerosa, orticaria e molto altro.

Cosa la favorisce? Alimenti ricchi di saponine e lectine, la gliadina del grano, l'alcol, gli antinfiammatori come aspirina, ibuprofene e naprossene, la pillola anticoncezionale, gli antiacidi a base di idrossido di alluminio. Roba che molti consumano tutti i giorni.

Vitamina D: il sole che protegge il cervello

La vitamina D, tra le tante funzioni, contribuisce a riparare la barriera intestinale. E gli studi che la collegano all'Alzheimer sono tantissimi.

Uno studio del 2018 ha incrociato la mortalità per Alzheimer con la radiazione solare: dove c'è meno sole, la mortalità per Alzheimer è più alta. Una correlazione netta.

Poi c'è il gene VDR, il recettore che permette al corpo di rispondere alla vitamina D. In alcune persone è più efficiente, in altre meno. Uno studio del 2017 ha indicato che un VDR poco efficiente può essere un fattore di rischio per l'Alzheimer. Tradotto: puoi prendere sole e vitamina D, ma se il tuo recettore lavora male ne hai bisogno di più.

Ma il dato più pesante è del 2023: uno studio su 12.388 persone ha associato l'assunzione di vitamina D a un'incidenza di demenza inferiore del 40%. L'effetto era più marcato nelle donne, in chi partiva senza deterioramento cognitivo e nei non portatori di ApoE4.

E c'è perfino la luce. Uno studio sui topi ha mostrato che una stimolazione multisensoriale a 40 Hz, visiva e uditiva, ripristinava onde cerebrali perse a causa della malattia e riduceva le placche nelle aree della memoria e dell'apprendimento.

Ora ti dico una cosa e non la ritiro: su 100 malati di Alzheimer, sono sicuro che quasi nessuno ha mai misurato la vitamina D. Polemico? No. Dato di fatto. E se qualcuno mi porta l'1% di eccezioni, quella non è una smentita: è una conferma.

Vitamina K2: l'alleata dimenticata

Sulla vitamina K2 e l'Alzheimer gli studi si moltiplicano:

Uno studio pubblicato su una rivista di neuroscienze ne ha descritto gli effetti anti-apoptotici e l'ha indicata come possibile candidato protettivo contro la progressione della malattia.

Uno studio del 2023 ha mostrato che la K2 protegge dalla neurodegenerazione indotta dal cloruro di alluminio. E l'alluminio lo trovi nei deodoranti, nella carta stagnola con cui cuoci il pesce al cartoccio e in tanti altri oggetti quotidiani.

Uno studio del 2024 ha visto che la K2 migliora il declino cognitivo associato al diabete, riducendo stress ossidativo e neuroinfiammazione.

Un lavoro di giugno 2026 ha mostrato che la K2 favorisce l'equilibrio strutturale e funzionale dei mitocondri, centrali proprio nella patologia dell'Alzheimer.

Infine, nei topi anziani, la forma MK-7 ha migliorato il declino della memoria associato alla calcificazione cerebrovascolare. E chi ha visto i miei video sulla K2 sa che il suo ruolo nella gestione del calcio nelle arterie è ormai ben documentato.

Chi li ha letti questi studi? Nessuno. Andiamo avanti.

L'argomento di cui nessuno vuole parlare

Te lo dico senza censure. Uno studio coreano condotto su dati sanitari del periodo post-pandemico ha riportato un'associazione tra vaccinazione a mRNA e aumento delle diagnosi di Alzheimer e deterioramento cognitivo lieve.

Sia chiaro: è uno studio osservazionale, è stato contestato e da solo non dimostra un rapporto di causa-effetto. Ma il segnale c'è. E se hai fatto tre, quattro o cinque dosi, hai un motivo in più per prenderti cura con ancora più attenzione di tutti gli altri fattori che ti sto elencando.

Cosa fare in pratica: l'approccio GeoPaleoDiet

Ecco cosa consiglierei a chi ha un genitore, un parente o un amico con l'Alzheimer.

Primo: segui la terapia del medico. Nessuno ti dice di sospendere niente.

Secondo: affiancaci una GeoPaleoDiet a basso contenuto di carboidrati, perché tutto indica che l'eccesso di carboidrati destabilizza il sistema, e togli i cibi che favoriscono la permeabilità intestinale.

Sì

Carne, pesce, uova, verdura, frutta (soprattutto frutti di bosco), frutta secca con moderazione perché ha comunque i suoi carboidrati, grassi naturali come avocado e olio extravergine d'oliva.

No

Cereali, latticini, legumi, zuccheri e farine raffinate, oli di semi industriali, cibi ultraprocessati, additivi e conservanti, bibite, alcol.

"Perché proprio la paleo, Claudio?" Perché sto parlando di evoluzione. Sette milioni di anni fa non c'erano cereali, legumi e latticini. Non c'era la permeabilità intestinale. E non c'era l'Alzheimer, nemmeno nei soggetti predisposti.

Visto che l'Alzheimer ha una forte componente infiammatoria e, secondo molti, pseudo-autoimmune, nei casi più seri io andrei oltre, in stile protocollo autoimmune: via anche uova, frutta secca e semi e le solanacee (pomodori, patate, melanzane, peperoni), che in alcuni soggetti possono alimentare la risposta autoimmune.

Vitamina D e K2: quanto?

La base del mio approccio è lo standard che conosci: 10.000 UI di vitamina D3 associate alla vitamina K2, che aiuta a indirizzare correttamente il calcio.

Ma attenzione. Chi ha l'Alzheimer potrebbe avere un recettore VDR poco efficiente e quindi livelli di vitamina D più bassi: 10.000 UI potrebbero non bastare, e in alcuni casi servono 15.000 o 20.000 UI. Come si decide? Con le analisi. L'obiettivo che indico, sulla base degli studi sulle condizioni a componente immunitaria, è un livello di 25(OH)D intorno a 75-80 ng/ml.

Importante. Dosaggi elevati di vitamina D vanno sempre concordati con il proprio medico e monitorati con esami periodici di vitamina D e calcemia. Chi assume anticoagulanti come il warfarin non deve integrare vitamina K senza il parere del medico. La prevenzione, comunque, comincia presto: sole e vitamina D dalla nascita fino all'ultimo giorno di vita.

E "non ci sono studi"? Li hai appena letti, uno dopo l'altro. Ci sono, e c'è poco da fare.

Non basta una cosa sola

In altre condizioni magari bastano vitamina D, K2 e meno carboidrati. Sull'Alzheimer no. Torniamo ai 36 buchi: mitocondri, glutatione, metalli pesanti, detossificazione, ormoni, intestino. Va lavorato su più fronti, perché non sappiamo quale sia il buco più grande in quella specifica persona.

Sono sicuro che funzioni? Non sono sicuro di niente, men che meno con l'Alzheimer. Ma riuscire a rallentarlo, a guadagnare anni di lucidità, sarebbe un risultato enorme. Ho conosciuto famiglie che hanno vissuto questa tragedia. Se si può fare qualcosa, perché non farlo? Soprattutto quando un'alternativa farmacologica valida non esiste.

Gli integratori GeoPaleoDiet citati nell'articolo

Savana D3 Raw e Vitamina D3 2000 UI softgel: la vitamina D contribuisce alla normale funzione del sistema immunitario e al mantenimento di ossa e muscoli normali.

Primal K2 1000 (MK-7): la vitamina K contribuisce al mantenimento di ossa normali e alla normale coagulazione del sangue.

Omega 3 Virgin Salmon: il DHA contribuisce al mantenimento della normale funzione cerebrale (effetto benefico con un'assunzione giornaliera di 250 mg di DHA).

Gli integratori non vanno intesi come sostituti di una dieta variata ed equilibrata e di uno stile di vita sano. Non sono destinati a prevenire, trattare o curare malattie.

Domande frequenti

L'Alzheimer si può prevenire con l'alimentazione?

Secondo la Lancet Commission fino al 45% del rischio di demenza dipende da fattori modificabili. Gli studi citati collegano un'alimentazione ricca di carboidrati e ultraprocessati a un rischio maggiore, e grassi e proteine a un rischio minore. Non esiste una garanzia, ma il margine d'azione è concreto.

Se ho il gene ApoE4 mi ammalerò sicuramente?

No. L'ApoE4 aumenta il rischio, anche di molto, ma non è una condanna. La genetica carica la pistola, lo stile di vita preme il grilletto. Lo dimostra lo studio Ibadan-Indianapolis: stessa frequenza di ApoE4, ma tra gli Yoruba in Nigeria il gene pesava molto meno. Per i portatori di ApoE4 l'attenzione a carboidrati, infiammazione e intestino diventa ancora più importante.

Che cos'è il protocollo Bredesen?

È l'approccio del neurologo Dale Bredesen, secondo cui l'Alzheimer è il risultato di decine di fattori (i "36 buchi del tetto") su cui intervenire contemporaneamente: insulina, infiammazione, ormoni, nutrienti, tossine, mitocondri, attività fisica.

Vitamina K2 MK-4 o MK-7: quale serve?

Tutte e due. L'MK-4 si assume soprattutto dagli alimenti di origine animale, l'MK-7 soprattutto dagli integratori. Nel contesto dell'Alzheimer ha senso assicurarsi entrambe le forme.

Bisogna sospendere i farmaci per seguire la dieta?

Assolutamente no. L'approccio alimentare si affianca alla terapia prescritta dal medico, non la sostituisce.

Il tuo corpo è programmato su due milioni e mezzo di anni di evoluzione. E tu lo stai distruggendo con pane, pasta e pizza.

Per milioni di anni l'essere umano ha mangiato le stesse cose: carne, pesce, frutta, verdura, frutta secca. Caccia e raccolta. Punto. Questo ha modellato i nostri geni, il nostro metabolismo, i nostri ormoni, il nostro cervello. Poi, appena 10.000 anni fa, arriva l'agricoltura: cereali, legumi, latte e derivati. Per adattare i geni a cibi nuovi servono decine di migliaia di anni. Il tuo DNA non ha fatto in tempo.

Ma non esiste una sola paleo: conta da dove vieni, cosa mangiavano i tuoi antenati diretti, la tua genetica. È da qui che nasce la GeoPaleoDiet. Se mangi contro il tuo DNA, il corpo ti presenta il conto. Se mangi secondo la tua evoluzione, torni forte e lucido.

Questo non è marketing. È biologia. Lo stile di vita del futuro viene dal passato.

Hai domande? Scrivici a info@geopaleodiet.com oppure usa la chat su geopaleodietshop.com: rispondiamo dal lunedì al sabato. E se un giorno avrai una testimonianza da condividere, mandacela. Dimostriamo insieme che l'alimentazione può cambiare le cose.

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Questo articolo ha finalità esclusivamente divulgative e informative e non sostituisce in alcun modo il parere del medico. Claudio Tozzi non è un medico: riporta e commenta studi scientifici pubblicati. Prima di modificare la dieta o assumere integratori, soprattutto in presenza di patologie o terapie in corso, consulta il tuo medico.

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